CNGEI sezione di Bracciano

Facciamo ancora 100 passi

Come diceva Peppino, la bellezza può essere un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. Di nuovo quest'anno il 9 maggio abbiamo ricordato la figura e l'azione di Peppino con letture, canzoni e azioni a difesa della bellezza esigendo rispetto e legalità contro il degrado che troppo spesso la violenta. In piazza del molo ad Anguillara anche il CNGEI ha contribuito con questa lettura:

Si chiamava Singh, aveva appena 24 anni e faceva il bracciante nelle campagne della piana di Fondi, nel Sud Pontino, territorio a tradizionale vocazione agricola. E territorio anche a tradizionale presenza mafiosa, che proprio nelle campagne affonda le sue radici e trae parte del suo consenso.

La vita di Singh in Italia è trascorsa nella penombra di un lavoro quotidiano svolto per pochi euro al giorno, tutti i giorni. Una condizione quotidiana che molti lavoratori e lavoratrici stranieri conoscono bene. Alcuni sopportano, altri denunciano attraverso sindacati e associazioni.

Singh ha deciso invece a suo modo di uscire dalla sua condizione sociale attraverso il gesto più estremo immaginabile, quello del suicidio. Si è infatti tolto la vita a fine marzo impiccandosi con il filo bianco di un’antenna televisiva nella sua abitazione privata. Lo hanno trovato, scioccati, i suoi compagni che subito hanno chiamato la polizia, che non ha potuto che accertarne la morte.

Una tragedia nella tragedia. Una morte che però pesa sulla coscienza di molti. Dei trafficanti di uomini, che lucrano sulle aspettative indotte e la povertà di migliaia di persone. Sui “padroni”, che usano i lavoratori come fossero braccia di loro proprietà. Sulle istituzioni, soprattutto locali, troppo distanti ancora da questi lavoratori e lavoratrici e dalla loro condizione, distratti da altro o interessati ad un quotidiano lontano dai temi del lavoro e della lotta contro lo sfruttamento.

Emarginazione, segregazione sociale e violenze sono invece il pane quotidiano per migliaia di braccianti originari dello Stato indiano del Punjab. Singh lo sapeva, lo aveva imparato a sue spese nei campi agricoli del Sud Pontino. Come molti suoi compagni, era stato probabilmente vittima della tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, sottoposto alla volontà diretta di un caporale, a volte anche indiano, che lo obbligava ad accettare una paga oraria di circa 3,5 euro al giorno per lavorare anche quattordici ore senza sosta.

Non è il primo caso di suicidio per sfruttamento. È capitato anche l’anno passato, d’estate. Ancora un bracciante indiano decise infatti a Sabaudia, di togliersi la vita impiccandosi in una serra. Anche in quel caso ne parlarono in pochi e quel suicidio fu velocemente derubricato a gesto folle di uno squilibrato. Invece era carico di significato ed era stato compiuto con consapevolezza.

L’emarginazione e la solitudine dei lavoratori stranieri, a cui spesso si somma lo sfruttamento e l’obbligo del silenzio – in pieno stile mafioso – hanno effetti devastanti sulle vite di queste persone.

Sono i nuovi schiavi, vite di nessuno o di scarto, rondelle di un ingranaggio assai più ampio e complesso che si chiama agromafie, e che nel pontino comprende organizzazioni criminali come il clan dei casalesi e la mafia siciliana. È un sistema perverso di produzione che ha una responsabilità diretta per la morte di Singh. Si deve ricordare che nelle campagne italiane si stima che siano circa 400 mila i lavoratori che vivono in condizioni di grave sfruttamento, mentre 100 mila sono prossimi alla schiavitù. Singh era uno di questi, uno tra i tanti braccianti obbligati a chinare la testa dinnanzi al padrone.

Una storia questa che non ha un lieto fine, ma che lascia intravedere una reazione e uno spiraglio di speranza che le istituzioni dovranno saper sostenere dando seguito agli impegni presi di recente dal ministro Martina contro lo sfruttamento e il caporalato, a seguito delle morti di alcuni braccianti la scorsa estate. Fatto che destò scalpore perché alcuni erano anche italiani ma ugualmente sottomessi a queste regole di quasi-schiavitù.

La sorpresa di tutti coloro che si scandalizzano nell’apprendere la situazione di lavoro nei campi di pomodori in Puglia ed in Sicilia, si fonda sull’ignoranza che separa i consumatori dai produttori. Ognuno di noi ha l’obbligo di saperlo: la realtà dell’agricoltura, esclusa qualche piccola eccezione, è drammatica, e non solo nei campi di pomodori. Le campagne sono avvelenate dalla chimica, le sementi sono in mano a poche multinazionali, i terreni sono sempre più impoveriti e resi sterili dalla monocoltura, gli animali sono considerati solo macchine da produzione. La grande distribuzione commerciale impone prezzi che creano una pressione esasperata sui produttori e lavoratori, con i consumatori inconsapevoli complici.

Oggi in campagna un chilo di grano convenzionale è pagato circa 20 centesimi (con esso si produce un chilo abbondante di pane), un litro di latte circa 35 centesimi, un chilo di pomodori 8 centesimi. Alla luce di queste considerazioni emerge una realtà complessa nella quale il responsabile non è solo il contadino che usa i braccianti in nero a basso costo, o il caporale o le multinazionali della chimica: siamo tutti noi che alimentiamo un sistema economico che non valorizza il prodotto ed il suo valore.

Ogni singolo individuo, con le sue quotidiane scelte di acquisto può essere il vero propulsore dell’economia. Praticare un consumo critico vuol dire informarsi, assumersi la responsabilità di acquistare prodotti buoni anche dal punto di vista etico. Non solo per salvarci da ogni rischio di sofisticazione, contraffazione e speculazione sul cibo, ma anche per contribuire all’affermarsi di circuiti economici più equi rispettosi dei diritti dei lavoratori e dell’integrità dell’ambiente, capaci di produrre uno sviluppo tanto materiale quanto sociale dei territori.