CNGEI sezione di Bracciano

1968, cinquant’anni, dieci giorni.

Cinquant’anni fa iniziava qualcosa di nuovo. Il 1967 era passato, con tutti i suoi avvenimenti: sei giorni di fuoco avevano incendiato il conflitto tra lo stato d’Israele e gli Stati arabi, era avvenuto il primo trapianto di cuore al mondo ed Ernesto Che Guevara era stato ucciso nella giungla boliviana. “Era la prima Repubblica, quando la classe dirigente non si chiamava ancora casta e nel segreto, intento, si preparavano bombe e colpi di stato”, così scrive Enrico Deaglio nella prefazione di un suo libro. Nel ’68 c’è aria di tempesta: le rivolte studentesche, contro la “scuola dei padroni” infiammano l’Europa e l’America, l’Università di Berkeley, di Boston, di Parigi, di Roma. Rudy il Rosso guida le manifestazioni in Germania. Tutto il vecchio continente è attraversato da un’ondata di proteste: in Cecoslovacchia, paese del patto di Varsavia, Alexander Dubcek è eletto capo del Partito. Si chiedono a gran voce democrazia e libertà, un “nuovo corso”, un socialismo che deve avere un “volto umano”, ma la reazione sovietica non tarda ad arrivare. I carrarmati russi irrompono a Praga, Dubcek è arrestato e detenuto a Mosca, ha inizio per la capitale cecoslovacca e per tutto il Paese la dolorosa “primavera” che culminerà, tragicamente, l’anno successivo col rogo del giovane studente Jan Palach in segno di protesta nei confronti dell’occupazione. Lo status quo pre-Dubcek venne restaurato e la Cecoslovacchia tornò saldamente nelle redini del Politburo sovietico. Ma l’impatto dell’evento fu enorme e le contestazioni si fecero più acute in tutta Europa. Dall’altra parte del mondo, in Vietnam, si consumava il conflitto più sanguinoso dalla seconda guerra mondiale: l’immane potenziale bellico degli Stati Uniti, che proprio nel ’68 raggiungono il massimo impegno nella guerra, si riversa sull’Indocina, liberata nel decennio precedente dalla dominazione francese. Il conflitto, col protrarsi, segnò la storia: le perdite umane e materiali logorarono il morale dei soldati americani, impegnati in una guerra contro il terrore che spesso impedirà ai reduci di ricostruirsi una vita. L’opinione pubblica mondiale accusò il governo americano di perpetrare crimini di guerra nei confronti della popolazione vietnamita (i bombardamenti a tappeto, l’utilizzo del napalm, le rappresaglie anti-vietcong e ogni altro tipo di violenza sconvolsero il paese), e lo stesso presidente Nixon fu accusato da un tribunale per i diritti umani convocato dal filosofo Russell. Tuttavia, fu in quello stesso anno, in seguito all’offensiva del Tet, scagliata dall’esercito nordvietnamita con a capo il generale Giap e dai vietcong, partigiani comunisti, che iniziò a delinearsi un progetto di pace, mentre ormai la guerra si faceva “totale” e arrivava a coinvolgere i paesi limitrofi di Laos e Cambogia. La fine delle ostilità si concretizzò nel 1975 quando, abbandonato dagli americani, il regime sudista fu travolto dall’avanzata comunista. Ma anche questo sogno s’infranse: i nordvietnamiti, annesso il Sud, instaurarono un regime repressivo e dittatoriale, e molti dissidenti furono costretti a salpare alla deriva su barche di fortuna, incappando spesso in naufragi e annegamenti. Fu il triste fenomeno dei boat people. Ma il ’68 è un anno chiave anche per la lotta al razzismo: in Africa divampano le ultime guerre coloniali tra il Portogallo fascista e le sue colonie, da anni impegnate in una cruenta guerra di liberazione; negli Stati Uniti muore Martin Luther King, appassionato pastore afroamericano, apostolo dei diritti dei neri in America. Alle Olimpiadi di Città del Messico di quell’anno, due atleti neri esibiranno i simboli del movimenti antirazzista Potere Nero, generando scandalo e grandi emozioni in tutto il mondo. Nella stessa città, i militari spegnevano nel sangue una rivolta di studenti. I numeri dei morti sono ancora sconosciuti, e a terra tra i feriti rimase anche la giornalista italiana Oriana Fallaci. Le dittature militari, spesso appoggiate dai servizi segreti statunitensi, si diffusero nel mondo: al di là dei numerosi regimi africani, in Europa accanto alla Spagna franchista e al Portogallo di Salazar, anche la Grecia cadde nel ‘68 in mano ai colonnelli di Papadopulos. Ma il 1968 è stato anche l’anno delle grandi rivendicazioni civili da parte del costituendo Movimento femminista: i diritti al divorzio e all’aborto, concessi negli anni successivi, sono figli dell’esuberanza di questi anni. Lo stesso per le rivendicazioni dei diritti della comunità LGBT, ancora oggi non tutelati appieno nel mondo: a New York,
sull’onda del ’68, la comunità gay cittadina organizzò una serie di manifestazioni, represse dalla polizia. I moti di Stonewall, nel ’69, così chiamati dal nome di un celebre locale newyorchese, diedero nuovo impulso alla lotta per i diritti.

In Italia, i sommovimenti del Sessantotto, animati dal desiderio di diritti veri e di un
ammodernamento della società, furono i prodromi di una dolorosissima stagione di vita nazionale: i cosiddetti anni di piombo, caratterizzati dalla violenza di movimenti terroristici “neri” e “rossi”, anni, come afferma sempre Deaglio “di lamiera, di piombo, di lavatrici, di manganelli”, ”un decennio di rivoluzioni, conquiste, speranze e misteri”, in cui accanto al boom economico permaneva la disuguaglianza.

Moltissimi diritti, che noi diamo per scontati oggi, muovono i primi passi in quegli anni travagliati, e studiare quell’anno, in cui il mondo passò, non sempre facilmente, alla “modernità”, è una chiave per scoprire il presente, un presente in cui ancora il razzismo non è stato debellato come una pericolosa malattia, i diritti non sono ancora tutti tutelati, gli uomini continuano a morire in mare, la corruzione dilaga. Insomma, per chiuderla sempre con Deaglio: “la buona Italia in cui ancora oggi viviamo – nella quale i cittadini hanno la mutua, il weekend e una bella serie di diritti – spesso dimentica che tutto questo lo portò quel decennio ormai rimosso in cui, di sicuro, nessuno si annoiò”.

Mauro